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In
queste pagine riportiamo sotto forma di bozza la
sintesi di una relazione consegnata ad
un'azienda tessile della toscana in seguito ad un intervento
diagnosi del clima aziendale.
E' da notare che
l'intervento è avvenuto prima di una
ristrutturazione aziendale, in seguito alla quale il
personale è stato dimezzato; i dipendenti licenziati,
come da accordi, sono stati da subito assunti da altre
aziende del settore.
(...)
abbiamo somministrato due questionari: QCE e
IMPC
rispettivamente di 128 e di 40 domande (ITEMS) .
I
soggetti che hanno partecipato alla ricerca (n=150) hanno
risposto a tutte le domande previste in gruppi di
10-15 persone, durante l'orario di lavoro. Il questionario era individuale e si
garantiva l'anonimato del rispondente.
Il
gruppo che ha partecipato con maggiore
attenzione e scrupolo è stato quello degli Operai,
infatti da essi sono pervenute il maggior numero di
domande e di richieste di chiarimenti sulla ricerca, dei suoi obiettivi, dei suoi metodi, ma
anche critiche e suggerimenti;
sembravano anche desiderosi di comunicare il proprio
punto di vista sulla situazione oggettiva di lavoro,
un desiderio di comunicazione spesso inibito e
ostacolato dalla dirigenza e dai superiori come é
emerso dalla ricerca.
Il
gruppo più diffidente é stato quello degli
impiegati: percepivano o avevano timore di una doppia
finalità della ricerca; in questo senso mi sono
adoperato affinché i soggetti potessero rispondere
tranquillamente e liberamente chiarendo gli scopi
della ricerca.
Crediamo
che si sarebbe potuto stimolare una maggiore fiducia e
libertà nelle risposte attraverso incontri
preliminari che avessero chiarito gli obiettivi
primari della ricerca e i motivi per i quali l'azienda
avevano richiesto la somministrazione dei due test.
Vogliamo altresì consigliare di informare le
maestranze e i dipendenti dei risultati della ricerca,
sperando che possa esservi utile per migliorare molti
degli aspetti negativi che sono emersi dalla ricerca.
In
altre occasioni abbiamo raccolto dei dati che hanno stabilito
l'efficacia di questi questionari come strumenti di misura del clima
aziendale; pertanto é possibile fare una diagnosi
particolareggiata del clima vissuto dai soggetti che
hanno partecipato alla nostra ricerca: gli strumenti
di misura sono risultati sia validi (misuravano quello
che si proponevano di studiare) che attendibili
(stabilità temporale delle misurazioni e consistenza
interna).
I
questionari QCE e
IMPC prevedevano 14 e 8 fattori che
da analisi fattoriale si sono ridotti a poco più di
dieci. Come avete letto nella premessa teorica il
concetto di clima é un costrutto molare,
multidimensionale ( composto da più dimensioni che
tutte insieme compongono la dimensione unica di
clima). E' dunque possibile che i diversi aspetti
componenti il clima presentino punteggi che possono
anche differire l'uno dall'altro es: ci possono essere
alti punteggi nello spirito di gruppo e bassi nel coinvolgimento
sul compito: tutti insieme ci danno la possibilità
di affermare se il clima aziendale é pessimo,
mediocre o buono ecc.
Abbiamo
applicato le più sofisticate elaborazioni statistiche
ai dati raccolti presso di voi e ne presentiamo una
breve sintesi nella parte finale della relazione. I
dati sono di difficile lettura pertanto si indicherà come leggerli: dapprima abbiamo i dati
socioanagrafici del campione che sono nell'ordine
ANZIANITA', SERVIZIO, RUOLO, TITOLO DI STUDIO, ETA',
SESSO. Ciascuna categoria è stata suddivisa in
sottogruppi o fasce. Poi troverete l'analisi delle
frequenze di risposta per ciascun item (es: items
IMPC1 del questionario IMPC con a fianco la
formulazione originale della domanda) e le frequenze
assolute, frequenze percentuali, percentuale valida e
frequenza cumulativa percentuale per ogni risposta
prevista nella scale 1-4 di tipo Likert dove 1=FALSO
2=PIUTTOSTO FALSO 3=PIUTTOSTO VERO 4=VERO.
Quando
una domanda ha presentato delle differenze
statisticamente significative (Alpha=.05 che significa
che accettiamo il 5% di errore) all'interno delle
categorie socio anagrafiche es: se i soggetti
appartenenti a fasce di età diverse hanno dato
risposte significativamente diverse, queste le abbiamo
riportate nella pagina immediatamente successiva a
quella delle frequenze di risposta. In alto a sinistra
di quella pagina troverete :
Variable
IMPC….
BY
VARIABLE.... (ad es:
ETA)
ciò
significa che la domanda numero X del questionario
IMPC ha presentato delle differenze statisticamente
significative per la Variabile ETA': cioè almeno due
gruppi di età su quattro presentano punteggi medi
significativamente diversi l'uno dall'altro.
Adesso
presentiamo una breve diagnosi del clima organizzativo
riscontrato in XXXXXXXX attraverso l'analisi di
contenuto dei fattori emersi dalla ricerca.
AUTONOMIA
Questa
dimensione affronta la tematica della autonomia nel e
sul lavoro, nel e sul compito, nella possibilità di
prendere delle decisioni, nella possibilità di poter
organizzare il proprio compito entro certi margini
ecc.
Complessivamente
possiamo affermare che i dipendenti della azienda
percepiscono di possedere una certa autonomia a
livelli moderatamente alti (più le impiegate femmine
che non gli impiegati maschi). Nel dettaglio i gruppi
di lavoro o ruolo che invece si collocano a livelli più
bassi, cioè che percepiscono minori livelli di
autonomia sono gli operai e i soggetti della fascia di
età < ai 25 anni.
Quindi
condizione discriminante sembra essere il ruolo
e l'età del soggetto; gli operai sentono di
non poter disporre di margini di autonomia e di auto
organizzazione del proprio compito e ruolo che in
qualche modo rende il proprio lavoro insoddisfacente
da questo punto di vista. E' interessante il fatto che
i soggetti della fascia d'età più giovane (che
rappresenta il 12.1% del campione considerato) sentono
di non avere possibilità di organizzare il proprio
lavoro come meglio credono a differenza dei più
anziani (forse perché non gli viene concesso di
essere autonomi o di poter organizzare meglio il
proprio lavoro).
COESIONE
TRA COLLEGHI
Questa
é una dimensione marcatamente negativa riscontrata
nella azienda. Il 55,2% dei soggetti affermano che non
é vero che le persone si aiutano reciprocamente. Il
75,9% afferma che non c'é spirito di squadra
tra i dipendenti e il 57% nega di percepire una
armonia tra colleghi; il 75,8% del campione afferma
che i dipendenti pensano solo al proprio tornaconto
individuale. Secondo il 67,2% dei soggetti non viene
incoraggiato il lavoro di gruppo con differenze
significative tra maschi e femmine: i maschi sono più
propensi nel dire che il lavoro di gruppo non viene
incoraggiato (media maschi=1,83) mentre le femmine
sono moderatamente ottimiste ( media femmine=2,36). I
soggetti della fascia di età oltre 45 anni danno
risposte più positive rispetto ai più giovani.
Sembra che lo spirito di gruppo sia basso sia perché
non viene incoraggiato dai vertici, sia perché le
ambizioni personali individuali lo ostacolano (50% del
campione). Soltanto nei maschi questa assenza di
collaborazione, questa mancanza di spirito di gruppo
porta a percepire tensioni e conflitti all'interno del
reparto, mentre le femmine vivono questo in maniera più
distaccata: le femmine possono fare a meno dello
spirito di squadra, non hanno interesse che si
rafforzi; possiamo dire che vivono questo più
fatalisticamente, come un fatto difficilmente
modificabile, ma non se non lamentano più di tanto. I
maschi vivono l'ambiente di lavoro nel reparto come
meno caloroso e più impersonale, più distaccato,
sembrano soffrirne maggiormente della femmine
(maschi=2,53 femmine=2,04).
I soggetti più anziani credono che i nuovi arrivati
e i soggetti più giovani non subiscano gli
effetti di questo aspetto climatico negativo, in realtà
però i giovani lo sentono sulla propria pelle dal
momento che affermano di non vedere una buona
accoglienza da parte dei più anziani. Quanto abbiamo
qui rilevato questa dimensione ha dei punteggi medi
tra i più bassi di quelli rilevati in tutta la nostra
ricerca anche in altre aziende. I dipendenti, i
colleghi non si stimano l'uno con l'altro, non si
aiutano reciprocamente, non hanno sviluppato che
blande forme di amicizia. E' facile ipotizzare la
formazione di sottogruppi poco numerosi con valori e
norme propri, piccoli gruppi che manifestano ostilità
verso altri sottogruppi ad essi contigui o vicini o
con essi in contatto o con singole persone. E' chiaro
che una situazione così diffusa, così omogeneamente
percepita da tutte le categorie che abbiamo
considerato fa pensare al fatto che la Dirigenza, i
superiori in genere non abbiano stimolato la
creazione, né previsto la creazione, di quel clima di
apertura, cordialità, collaborativo; al contrario,
agisca su questa assenza del gruppo per imporre le
proprie idee. Nel lungo periodo però si presenteranno
delle controindicazioni sui livelli di produttività e
di qualità del lavoro. Sembra che esista un clima
impersonale, freddo e distaccato, un disinvestimento
affettivo che é foriero di un disinvestimento e basso
coinvolgimento sul lavoro. Occorrerebbe intervenire
per modificare questo aspetto. Quando facciamo
riferimento anziché al gruppo generico al reparto i
punteggi sono moderatamente migliori (a suffragio
della nostra precedente ipotesi) tant'è vero che il
55,2% afferma che nel reparto non vige la regola
"ciascun per sé" e che le persone sono
sostanzialmente solidali per il 55,2%; anche i
rapporti tra reparti vengono giudicati buoni dal 58,6%
dei soggetti ( rispetto a questo ultimo aspetto si
riscontrano delle differenze all'interno delle
categorie di ANZIANITA', di RUOLO, di ETA': i più
critici sono gli operai, poi gli Impiegati più
giovani cioè fino a 34 anni e con più bassa anzianità
di servizio). Sempre facendo riferimento al reparto si
afferma che le persone vanno d'accordo per il 61,3%;
soltanto al 37,3% piace ritrovarsi insieme fuori dal
lavoro.
La
risposta all'items QCE71 che così recita "alcuni
miei colleghi parlano male alle spalle degli
altri": il 56,9% risponde VERO, complessivamente
il 84,5% dei soggetti concorda con questa
affermazione. Tutto a conferma di quanto prima
rilevato. Se andiamo a verificare la risposta alla
domanda "le persone tendono a nascondere quello
che pensano degli altri" troviamo un accordo con
questa affermazione nella misura del 79,3% dei
soggetti.
COINVOLGIMENTO
Questo
fattore misura le percezioni relative al
coinvolgimento personale sul proprio lavoro e
sull'andamento della impresa: sentirsi coinvolti nei
risultati dell'azienda, aver la sensazione di
ricoprire un ruolo effettivo e percezione di avere un
lavoro intrinsecamente motivante e interessante.
Quando
e stato chiesto se i soggetti percepissero di avere un
ruolo più importante nelle attività extra lavorative
vs. lavorative il 67,2% affermava di avere ruoli e
compiti più importanti fuori dal lavoro vs. lavoro
(da notare percentuale alta di affermazioni
assolutamente positive pari al 43,1% del campione). Il
62,1% dei soggetti sono più coinvolti nelle attività
che svolgono nel tempo libero vs. lavoro. Troviamo
delle differenze significative entro il gruppo RUOLO;
gli operai sono complessivamente concordi
nell'affermare che fuori dal lavoro trovano maggiore
credito individuale e prestigio anziché sul lavoro
(media=3,6); anche gli impiegati si collocano rispetto
a questo item con medie relativamente alte (media
impiegati=2,8) Dirigenti e quadri sentono al contrario
di avere un ruolo più importante sul lavoro che fuori
dal lavoro.
La
percezione di non avere un ruolo più importante nel
lavoro vs. attività extra lavorative non impedisce
alla maggior parte delle persone di affermare chi
essere particolarmente coinvolti per il buon
funzionamento dell'azienda nel 75,9% e tutti i gruppi
sono concordi per questo item tanto che la moda=4.
Anche
l'item "mi sento particolarmente coinvolto nel successo
e nei risultati della mia azienda" ha forti consensi:
69,9% del totale. Solo il gruppo di età < 25 anni
non concorda con questa affermazione in quanto forse,
essendo quei soggetti che hanno percezione di minor
AUTONOMIA e RESPONSABILITA' sul e nel compito hanno
anche minori livelli di coinvolgimento. Alcuni
ricercatori affermano che il coinvolgimento é
elemento necessario ma non sufficiente per la
soddisfazione. Anche noi concordiamo con questa
posizione confortati dal fatto che alla
domanda "il lavoro mi dà molte soddisfazioni personali"
il 43,1% afferma che non é vero (media pop=2,53).
Quale
immagine ha l'azienda nel suo complesso per i suoi
dipendenti? C'é una domanda chiave che misura questo
aspetto: come io percepisco ciò che gli altri
percepiscono ed e quella che chiede se l'aver lavorato
in azienda XXXXXXX costituisca un buona referenza:
il 88,0% ne é convinto e tutti i gruppi
omogeneamente. Il coinvolgimento nel compito é tanto
maggiore quanto meno esso viene percepito come
monotono, rutinario, sempre identico a se stesso,
meccanico, ecc.
Il
48,3% afferma che il proprio lavoro é monotono
(moda=2). La variabile età del soggetto modifica la
percezione della monotonia del compito: infatti i più
giovani sono concordi nell'affermare di avere un
lavoro monotono (media=3,57), pio abbiamo
moderatamente critici i soggetti delle fasce di età
da 25 a 44 anni e infine i più anziani che sentono il
compito come intrinsecamente attivo.
La
monotonia del compito, come potrebbe apparentemente
sembrare non é legata al fare le cose molto varie tra
loro: anche noi abbiamo notato che questo é un
assunto valido in quanto anche i nostri soggetti
affermano nello 82,8% di fare cose molto varie tra
loro. Abbiamo rilevato livelli di coinvolgimento
sostanzialmente buoni
(più per le femmine che per i maschi; più negli
"anziani" che nei "giovani") ma
sono possibili in futuro abbassamenti dei livelli di
coinvolgimento non appena l'immagine interna
dell'azienda si deteriorasse. Diciamo la buona
immagine che l'azienda ha (nel suo complesso, col suo
nome, con i suoi successi) per i dipendenti stimola un
buon livello di coinvolgimento sul compito. Sarebbe necessario curare e rafforzare questo aspetto e ristrutturare
alcuni ruoli di modo che i soggetti sentissero di
ricoprire un ruolo più interessante , intrinsecamente
motivante al pari della attività e ruoli extra
lavorativi ( é un ideale difficile da raggiungere che
richiede soluzioni creative e innovative e una cultura
organizzativa che attualmente non possiede).
INNOVAZIONE
Questo
fattore misura livelli di
interventi innovativi implementati dai
superiori e dalla azienda in genere e dai dipendenti,
in che misura si favorisce lo sviluppo delle idee
nuove, di nuovi metodi di lavoro ecc.
Quando
si chiede se i superiori promuovono nuovi modi di fare
le cose il 63,8% risponde negativamente (moda-1
media=2,19). Rispetto a questo item abbiamo il
gruppo di anzianità da 6 a 10 anni più critico degli
altri (media=1,44). Il 58,6% crede che superiori e
dipendenti ricerchino nuovi modi di fare le cose con
differenze significative per Operai e soggetti con età
inferiore a 25 anni (questi due gruppi affermano i l
contrario). I superiori incoraggiano a migliorare
metodi da loro proposti per il 61,3% dei dipendenti ma
non per gli Operai (media=2,13 vs. media pop.=2,62) e
nel cercare nuove soluzioni a vecchi problemi (media
pop.=2,50) per il 53,5% dei dipendenti però anche in
questo caso sia gli Operai che i soggetti fino a 34
anni non concordano con tale affermazione (media
operai=1,93; media fino a 34 anni=1,3). Però il 65,5%
di soggetti non dà risposte positive all'item i
superiori favoriscono o lo sviluppo delle mie idee e i
più critici a tal proposito sono questa volta sia gli
Operai che gli impiegati, ma non i quadri e i
dirigenti.
Questo
fattore ancora sembra controverso pertanto vogliamo
approfondirlo ulteriormente controllando con ulteriori
elaborazioni statistiche gli item del questionario QCE
che misura a suo modo questa scala.
Il
60,3% dei dipendenti risponde che non si incoraggiano
idee innovative ed originali non vengono prese in
considerazione nuove proposte per il 55,2% (gli operai
sono molto più critici degli impiegati per questo
ultimo punto, ma sono critici anche i soggetti con
Licenza Media vs. diplomati sia i soggetti fino a 44
anni cioè le fasce di età dei sottogruppi 1 2 3).
Raramente si comunicano le proposte personali alla
direzione (emerge un primo difetto di comunicazione
che rivedremo in seguito) per il 51,7% dei soggetti.
Il
69,0% dice che non di valorizzano né successo né
iniziative personali né si incoraggiano i dipendenti
a prendere rischi calcolati per il miglioramento dei
propri risultati per il 72,4%. Inoltre si concorda
globalmente quando si chiede se la direzione esita
nell'introdurre dei cambiamenti che se appaiono
necessari per il 72,4% soprattutto per i soggetti con
licenza Media vs. Diplomati.
Non
si valorizza il fare le cose in modo diverso per il
70,7% del campione.
E'
ora chiaro che il sospetto che avevamo circa la
percezione dei dipendenti sulla Innovazione
implementata dalla azienda é nella sostanza negativa.
La percezione di questa dimensione ha livelli molto più
bassi per tutti i gruppi, più marcatamente per gli
operai vs. impiegati, più per i giovani vs. più
anziani, per i soggetti con licenza media vs.
diplomati.
PRESSIONE
LAVORATIVA
Quando
parliamo dei questo fattore ci riferiamo alla
percezione di avere un carico di lavoro rilevante,
disorganizzato e stressante.
Per
il 55,2% dei rispondenti lavorare in non é
stressante e il 53,4% non sente il lavoro come
invadente la propria sfera privata.
Quando
entriamo più nel dettaglio, quando non facciamo
domande generiche ma più strettamente legate al
proprio compito allora rileviamo che il 70,7% dei
rispondenti é stressato dalle continue richieste del
loro lavoro ed é un dato omogeneo rilevato per tutte
le categorie socio anagrafiche; il 79,3% dice inoltre
di avere troppo lavoro e poco tempo per eseguirlo.
Il
questa azienda il lavoro in sé non sarebbe
considerato stressante, pesante ma una cattiva
organizzazione dei ruoli e dei compiti, una errata
distribuzione del lavoro e un'intrinseca pressione
dovuta a fattori non dipendenti dalla azienda fanno sì
che il compito venga percepito come stressante perché
sottoposti a continue richieste e perché
eccessivamente caricati. Esistono infatti due tipi di
stress organizzativo di duplice natura e valenza, uno
derivante da sotto stimolazione (underload) tipico
degli enti pubblici e similari, l'altro da
sovrastimolazione (overload) o sovraccarico: questo
sembra essere il caso qui riscontrato.
LIBERTA'
DI ESPRESSIONE
Questa
scala misura le percezioni relative alla possibilità
di esprimere liberamente i propri sentimenti, emozioni
e opinioni, sia positive che negative, sia con i
responsabili che pubblicamente nei confronti
dell'impresa ed é indicativa di un rapporto personale
con la direzione e i diretti responsabili.
La
metà dei soggetti afferma che
i dipendenti possono esprimere liberamente i
propri sentimenti, ma il 60,3% dei soggetti non si
sente libero di esprimersi spontaneamente, inoltre che
manifesta le proprie opinioni e stati d'animo e mal
visto per il 53,4% dei soggetti (chi sembra "soffrirne"
maggiormente sono i soggetti con licenza media).
Inoltre
le persone non sentono di poter esprimere liberamente
ciò che pensano dell'azienda per il 63,8%, in
particolare questo é maggiormente sentito dai
soggetti che hanno una ANZIANITÀ' di servizio dai 6
ai 10 anni.
Anche
questo fattore riporta livelli complessivamente bassi,
alla soglia del minimo inferiore rispetto agli standard
normativi da noi riscontrati.
TIPO
DI SUPERVISIONE
Con
questa scale misuriamo le funzioni relative alle stile
di comando esercitato dai diretti superiori, se questo
é percepito come partecipativo-consultivo, basato sul
reciproco scambio di informazioni e spiegazioni, in
modo poco direttivo. Se i controlli e la sorveglianza
sui compiti e sulle persone sono effettuati in maniera
sensibile e aperta.
Il
55,2% dei soggetti lamenta di non essere interpellato
dai superiori quando si prendono decisioni che
riguardano il proprio lavoro (i più sensibili su questo aspetto sono gli operai) e poi i superiori
danno ordini senza considerare il lavoro che si sta
compiendo per il 69,0% dei soggetti (sono i maschi che
percepiscono maggiormente questo aspetto vs. femmine;
maschi media=3,23
femmine media=2,93).
Secondo
la metà dei soggetti i superiori non sono presenti
quando servono, in modo particolare per gli operai
(media=3,00) vs. impiegati media=2,3 e per i soggetti
con licenza media vs.diplomati.
Questi
gruppi hanno un locus of control esterno molto più marcato rispetto agli altri
gruppi, maggiori insicurezze o maggiori richieste di
consulenza e supporto che non trovano molto spesso nei
superiori.
Una
buona percentuale di soggetti lamenta una carenza di
informazione riguardante il lavoro, sui processi e
meccanismi legati al lavoro (63,8%) ancora una volta
sono gli operai che non trovano valido supporto dai
superiori (media=3,5).
Quando
passiamo al rapporto non più con una entità
indefinita, ma con i superiori del reparto allora i
punteggi medi sono leggermente più favorevoli;
infatti il campione risponde nel 52,2% dei casi che i
superiori non si rifiutano di mettere in discussione
le loro decisioni (in questo caso gli operai rimangono
ancora molto critici con medie elevate=3,1) e non si
approfittano della loro posizione per imporre le loro
idee per il 56,9% (c'é su questo ultimo item una
differenza significativa tra maschi e femmine, le
seconde sentono che i superiori non si approfittano
della loro posizione, cioè tendono a rispondere FALSO
o piuttosto FALSO, mentre i maschi sono divisi tra le
risposte piuttosto FALSO e piuttosto VERO; altra
differenza statisticamente significativa alpha=.05 é
stata evidenziata tra operai e impiegati; i primi
vedono i superiori come più autoritari vs.percezioni
degli impiegati).
Quando
si commettono degli errori il modo con cui i superiori
li fanno notare sono giudicati sgradevoli
in misura statisticamente significativa per i maschi
(media=2,57) vs. femmine (media=1,75);
complessivamente il 62,1% del campione risponde che
non é vero.
Si
può nonostante tutto parlare facilmente con i
superiori per il 72,4% dei soggetti (solo gli operai
si collocano nel lato negativo, ma anche i
soggetti della fascia d'età fino a 34 anni).
Un
item chiedeva se si hanno rapporti amichevoli con i
superiori diretti: il 69,0% del campione risponde
positivamente (il 50% risponde piuttosto VERO il 19%
VERO).
Si
lamenta una mancanza di consultazione del personale
quando si prendono delle decisioni riguardanti
l'organizzazione del lavoro da parte della direzione
per il 67,2% in modo particolare sono
gli operai che sentono in particolar modo
questa mancanza di consultazione con media rilevata di
3,4, ma anche gli impiegati sono critici quando
valutano questo aspetto, riportando una media di 2,8.
(...)

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